ELOGIO DELLA FUGA


Siamo una società competitiva.
L’insegnamento che ci viene dato fin da bambini è che dobbiamo essere forti, dobbiamo farcela da soli, dobbiamo lottare, lottare per vincere.
Per questo siamo la società dell’adrenalina.
E l’adrenalina è un ormone che, se secreto in eccesso, fuori da un contesto di reazione vita-morte, diventa un micidiale veleno, che è alla base di tante malattie cosiddette del benessere.

Non ci viene invece insegnato che possiamo vivere in un altro modo, semplice e soddisfacente.
Un modo più realistico di concepire la nostra condizione umana, in sintonia con la Natura, interiore ed esteriore a noi, che poi sono la stessa cosa.
Siamo esseri fragili, il nostro esistere è precario, siamo in balia di eventi ben più potenti di noi, spesso imprevisti, che solo in minima parte possiamo controllare.


Elogio della fuga.

Questo è il titolo del libro del fisiologo Henri Laborit, che alcuni decenni orsono rivoluzionò l’ottica del come affrontare lo stress. Stress che era diventato, e continua a rimanere, la causa principale dei nostri malesseri.

Fuga vuol dire che quando non ce la facciamo più è legittimo mollare.
In nome della salute, e oggi diciamo dell’intero ecosistema di cui siamo un piccolo ingranaggio, è conveniente e saggio avere chiari i nostri limiti. E decidere che è insensato volerli superare a tutti i costi. L’onnipotenza è la conseguenza culturale del voler crescere sempre e comunque, che è poi la modalità che alimenta la patologia tumorale. Non è allora un caso che siano i tumori a caratterizzare la civiltà attuale.
Personalmente trovo che fuga sia una bella parola. Trovo che sia piena di speranza.
Il poter immaginare che lasciare una situazione difficile non è la fine, perché ce n’è un’altra altrove.
Rinunciando al presunto orgoglio di mantenersi fermi e rigidi in una posizione, ci apriamo al nuovo e all’incognita di ritrovarci diversi e poterci reinventare in altre occasioni.
È il simbolo stesso del viaggio.
E il metterci in viaggio è il motivo per cui desideriamo così tanto camminare.
Oggi sono pienamente consapevole che quando mi metto in cammino “fuggo”.
Fuggo da un modo di vivere che subisco, che avverto distruttivo per me e, guardandomi attorno, per l’intero ambiente che mi circonda. Queste fughe sono sempre più frequenti, mi permettono di andare avanti, di sopportare una routine disumanizzante.
Ma ad ogni rientro è sempre peggio, è sempre più difficile riadattarmi ai ritmi ed alle modalità di chi ci vuole silenziosi burattini.
Ricordate il film Into the wild? La voglia viene di fuggire davvero, e per sempre.
Non esiste però l’isola felice, specie ai nostri tempi dove la legge del mercato domina ovunque.
E allora? E allora mi torna prepotentemente in mente, e nel cuore, l’idea, e l’ideale, che non è giusto continuare ad essere manipolati e sfruttati.
E allora mi dico: possibile non ci siano altri come me che han voglia di ribaltare tutto, di mettersi a lottare per un mondo migliore, un mondo in cui non sia necessario fuggire, o morire male, per avere un po’ di felicità?


Guido Ulula alla Luna
  

Sito originale: elogio della fuga

Le cose importanti della mia vita non sono cose